Che cos'è l'alessitimia?


alessitimia

L'origine della parola

Nel 1976 i ricercatori Nemian e Sifneos, mentre esaminavano i colloqui di alcune persone con delle malattie psicosomatiche, hanno riscontrato alcune caratteristiche in comune su una buona parte di loro: difficoltà ad esprimere verbalmente le emozioni; scarsa immaginazione e fantasia; uno stile comunicativo “piatto” e “incolore”.

Da queste osservazioni coniarono il termine “Alexithymia”, poi tradotto in italiano in Alessitimia; la parola deriva dal greco e si compone in questo modo: A (alfa privativo) ; Lexis (parola); Thymos (emozione); letteralmente significa “mancanza di parole per le emozioni”.

Quali sono le caratteristiche dell'Alessitimia?

Successivamente altri ricercatori hanno approfondito questo costrutto nei loro studi scientifici e hanno individuato che le sue caratteristiche principali sono: la difficoltà ad identificare le emozioni, unita a quella di comunicarle agli altri.


Per le persone con Alessitimia risulta infatti complicato differenziare un’emozione dall’altra: si sentono confuse, faticano a descrivere il loro vissuto interiore e di conseguenza a dare un nome specifico all’emozione provata.

Chi soffre di Alessitimia non prova niente?

È importante capire che in chi soffre di Alessitimia le emozioni non sono assenti, è semplicemente alterata la capacità di interpretarle e valutarle.

Una delle principali criticità è quella di non riuscire a differenziare tra l’emozione interna e la normale attivazione somatica che ne deriva (ad es: ho paura – mi batte forte il cuore).  Sono in grado di descrivere nel dettaglio quello che accade al loro corpo mentre provano un’emozione (ad es: pianto, battito del cuore accelerato, sudorazione delle mani etc.), ma non riescono a collegarlo all’emozione provata: questo genera spesso una sensazione di confusione.


La mancanza di identificazione delle emozioni comporta inevitabilmente una difficoltà nel comunicare agli altri quello che si prova e questo può compromettere le relazioni interpersonali.

Perché non riconoscere le emozioni può

diventare un problema?

L’Alessitimia, date le sue particolari caratteristiche, diventa un fattore di rischio per altre problematiche.

Ad esempio l’orientamento verso le sensazioni corporee e la mancata identificazione del vissuto emotivo sottostante, portano spesso la persona a confondere le normali sensazioni fisiche con possibili patologie mediche. Le persone con Alessitimia si rivolgono molto spesso al medico di base, si sentono però spesso incomprese e “vagano” tra diversi specialisti senza mai trovare una malattia chiaramente identificabile. Se non si individua il reale problema legato alle emozioni, la persona viene spesso definita come “ipocondriaca”: questo aumenta la sua preoccupazione e peggiora il suo benessere generale, poiché comincia a sentirsi fragile, vulnerabile e incompresa.


Con il passare del tempo la confusione che deriva da questi vissuti unita alle altre caratteristiche dell’Alessitimia stessa, ha delle conseguenze importanti anche nelle relazioni interpersonali.

L’essere orientati più verso il “che cos’ho” che verso il “quello che sento” comporta spesso l’essere identificati dagli altri come “persone poco emotive”: questa credenza viene rafforzata dalla complessità reale di riconoscere le emozioni negli altri attraverso la mimica e di avere una scarsa empatia; vi è inoltre una reale difficoltà nel pronunciare le parole con valenza semantica “emotiva”.

Perché chiedere aiuto

Ricordiamo che i soggetti con Alessitimia non sono mancanti di emozioni (in questo articolo abbiamo spiegato come queste siano infatti qualcosa di innato ed universale), hanno solo delle criticità nell’individuarle ed esprimerle in maniera adeguata.

Un percorso psicologico aiuta la persona a riconoscere in maniera corretta i segnali del corpo, ad interpretali ad un livello più cognitivo e successivamente a condividerli in modo più funzionale con gli altri.

alessitimia

“Date voce al dolore: la pena che non parla sussurra al cuore affranto e gli dice di spezzarsi.” William Shakespeare

Il corpo comunica le emozioni

L’Alessitimia può essere un fattore di rischio per numerose problematiche: la letteratura scientifica identifica in particolare una correlazione con i Disturbi Somatoformi o con le malattie classicamente definite come “psicosomatiche”.

Le emozioni infatti, non venendo elaborate a livello mentale, necessitano di uno “sbocco” e trovano una via privilegiata nel corpo che per difesa manifesta il disagio attraverso uno o più sintomi organici. Il linguaggio corporeo del sintomo esprime quindi la sofferenza derivante da un’emozione che non si è stati in grado di riconoscere ed esprimere in maniera funzionale.


Ad esempio se una persona con Alessitimia vive una lite con il coniuge, è in grado di descrivere ciò che è successo durante la discussione, le motivazioni che l’hanno scatenata e le parole dette; non riesce invece a descrivere di aver provato rabbia.

Non riconoscendo l’emozione provata, si trova in difficoltà nell’esprimere verbalmente al coniuge la rabbia vissuta per un determinato atteggiamento o una determinata frase e questo rischia inevitabilmente di creare incomprensioni nella relazione. Inoltre potrebbe capitare che subito dopo la discussione o nei giorni successivi la persona descriva dolori allo stomaco o colon irritabile; tuttavia, non collegando il sintomo fisico all’emozione provata, è facile che si ritrovi ad interrogarsi sulla presenza di una probabile malattia fisica.

I soggetti alessitimici sono infatti concentrati su tutto ciò che è esterno al vissuto psichico interiore: questo si manifesta non soltanto attraverso l’insorgenza di sintomi fisici ma anche attraverso un pensiero prevalentemente “razionale”. Le descrizioni degli eventi sono infatti spesso molto minuziose e ricche di dettagli sulle azioni svolte da se stessi o dagli altri, mancano tuttavia i riferimenti affettivi verso ciò che si è provato o che può aver provato l’altra persona, quasi come se i fatti venissero descritti da un osservatore.


Questa problematica rischia di diventare una trappola cognitiva: l’emozione, non trovando una naturale via d’espressione, lavora dall’interno inducendo ed esacerbando pensieri e preoccupazione per una sensazione di malessere che non trova pace e spiegazione.


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