La paura del parto è normale?La gravidanza e la maternità vengono da sempre descritte come…

Cos’è l’intelligenza emotiva?
Influenza le relazioni con gli altri?

Cosa sono le emozioni?
La parola emozione deriva dal latino “exmovère” che significa “smuovere”, ma allo stesso tempo “tirare fuori”, in senso lato scuotere, agitare. Si tratta infatti di una manifestazione legata alla percezione di un evento esterno (nell’ambiente che ci circonda) o interno (nella nostra mente): aiuta a comunicare come ci sentiamo agli altri, ma anche a noi stessi.
Questo evento, esterno od interno, “smuove” infatti diversi elementi: si attivano una serie di cambiamenti fisiologici (ad esempio: sudorazione delle mani o accelerazione del battito del nostro cuore); una serie di sensazioni (ad esempio: lo stomaco chiuso o la pelle d’oca); una serie di pensieri (ad esempio se si stratta di paura: “non ce la farò”) e infine una serie di comportamenti tra cui il “tirare fuori”, ossia la comunicazione di queste emozioni agli altri che ci circondando (ad esempio nel caso della paura: gridare).
Le emozioni agiscono quindi principalmente su tre livelli: i pensieri, i comportamenti e le relazioni sociali.
Emozioni primarie e secondarie
Dare un nome alle emozioni che proviamo è un passaggio fondamentale per poterle comprendere e comunicarle in maniera efficace agli altri. Diversi studi, in particolare uno degli anni ’70 dello psicologo americano Paul Ekman basato sull’osservazione della mimica facciale, hanno portato alla classificazione delle emozioni in due grandi categorie: quelle primarie e quelle secondarie.
Le emozioni primarie sono quelle che vengono considerate “innate ed universali”: sono presenti sin da bambini in tutte le persone di qualsiasi razza e cultura, sono universalmente riconoscibili attraverso una tipica espressione del viso. Le emozioni classificate come primarie sono sei: la felicità, la tristezza, la paura, la rabbia, la sorpresa e il disgusto.
Le emozioni secondarie invece sono tutte quelle che derivano dalle primarie e che apprendiamo crescendo attraverso l’interazione con l’ambiente e le relazioni sociali come ad esempio: la gelosia, la vergogna, l’allegria, etc.
Ciò che è in grado di scatenare in noi un’emozione, primaria o secondaria, invece non è classificabile né universale: ogni individuo prova diverse emozioni in risposta a diversi stimoli. Per questo imparare a conoscere se stessi e le proprie emozioni può essere molto utile.
Le emozioni e gli altri
La vita emotiva è una sfera che può essere gestita con maggiore o minore abilità e richiede un insieme di competenze specifiche. La destrezza di un individuo in tali ambiti è fondamentale per comprendere come mai alcune persone abbiano successo mentre altre, seppur con lo stesso livello intellettuale, imbocchino vicoli ciechi: l’attitudine emozionale è in grado di determinare quanto bene riusciremo a servirci delle nostre altre capacità, incluse quelle puramente intellettuali.
D. Goleman è stato uno dei primi autori a parlare di Intelligenza Emotiva, facendo riferimento, ad esempio, “alla capacità di motivare se stessi e di persistere nel proseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; e, ancora, alla capacità di essere empatici e di sperare”.
Le persone competenti sul piano emozionale sono quelle che sanno controllare i propri sentimenti, leggere quelli degli altri e trattarli efficacemente e che per questo funzionano meglio in tutti i campi della vita: hanno una probabilità maggiore di essere contente e soddisfatte.
Chi invece non riesce ad esercitare un certo controllo sulla propria vita emotiva si trova a dover combattere battaglie interne che finiscono per condizionare sia le relazioni interpersonali sia la capacità di concentrarsi sul lavoro e di pensare lucidamente.
Quando può essere utile un supporto?
Nella nostra vita viviamo spesso un turbinio di emozioni, gli eventi esterni e le relazioni con gli altri possono farci provare tante emozioni diverse e a volte contrastanti tra loro.
Se ti capita di sentirti sopraffatto dalle tue emozioni e sensazioni, un percorso psicologico può aiutarti a riconnetterti con i tuoi bisogni e ad imparare come riconoscerli e gestirli con maggiore serenità.

“Il volto umano non mente mai: è l’unica cartina che segna tutti i territori in cui abbiamo vissuto”. Luis Sepulveda
Comunicare le emozioni
Ci sono molti modi in cui possiamo comunicare quello che stiamo provando: le parole, i gesti, i comportamenti, i silenzi; altre volte possiamo incanalare un’emozione attraverso un talento che ci rende artisti: possiamo scrivere di un’emozione, possiamo suonarla, cantarla, possiamo disegnarla…
Quando non ci sentiamo a nostro agio con l’emozione che stiamo provando abbiamo quasi il timore di mostrare il nostro volto: pensiamo che le altre persone possano in qualche modo intravederla mentre noi non ci sentiamo di svelare qualcosa che non siamo ancora pronti ad affrontare.
Tuttavia tutto ciò che proviamo resta impercettibilmente impresso anche sul nostro volto: dalle sue espressioni e dai suoi segni infatti è possibile capire quali sono state le emozioni che più ci hanno attraversati, le gioie, i dispiaceri, le nostre conquiste ed i nostri fallimenti. Tutto questo funziona anche nell’incontro con l’altro, quando, con la dovuta gentilezza, ci avviciniamo alla sua storia, facendola raccontare dai suoi occhi prima ancora che dalle sue parole….
Cos’è il contagio emotivo?
Ogni volta che interagiamo con gli altri si azionano dei meccanismi definiti di “contagio emotivo”.
Vi è mai capitato ad esempio di sorridere involontariamente mentre il vostro interlocutore vi raccontava qualcosa che per lui era stato estremamente piacevole? Cosa accade dentro di voi mentre qualcuno a voi caro vi racconta qualcosa che lo ha fatto soffrire?
Si può parlare di contagio emotivo ogni volta che veniamo a contatto con le emozioni degli altri e queste innescano in noi una serie di pensieri e sensazioni automatici che ci avvicinano a quel vissuto e ci fanno provare quella stessa emozione.
Il contagio emotivo può avvenire sia con le emozioni positive che con quelle negative. Le emozioni infatti hanno anche il compito di comunicare agli altri come ci sentiamo, a volte questo avviene in maniera consapevole (quando ad esempio diciamo espressamente a una persona quello che proviamo), altre volte anche se comunicate in maniera inconsapevole attraverso il linguaggio non verbale (espressioni del viso, posizioni del corpo, etc. …), vengono ugualmente percepite dagli altri andando potenzialmente ad innescare un contagio emotivo.
Differenza tra empatia, intelligenza emotiva e contagio emotivo.
Abbiamo capito che le emozioni provocano un vissuto soggettivo molto intenso, ma anche che giocano un ruolo fondamentale nel rapporto con le altre persone: sono proprio le dinamiche emozionali che nella relazione con l’altro creano legami, alleanze e conflitti.
Cos’è l’empatia?
L’empatia è quella capacità che all’interno di una qualsiasi relazione ci permette di provare quella sensazione che può essere spiegata come “sento dentro di me quello che stai sentendo tu”.
Essere empatici non significa tuttavia farsi “assorbire” dall’emozione dell’altro, quanto piuttosto riuscire a capire e percepire quello che prova, mantenendo distinte le proprie emozioni e il proprio punto di vista. Questa capacità che permette al contempo di comprendere gli altri e di riuscire ad interagire con loro in maniera efficace è alla base dell’intelligenza emotiva.
Quando risulta difficile leggere le proprie emozioni, lo diventa spesso anche riuscire a percepire quelle dell’altro, con il rischio di generare dei conflitti nella comunicazione tra due o più persone.
Qual è la differenza con il contagio emotivo?
Alla base dell’empatia e dell’intelligenza emotiva c’è una forma di condivisione delle emozioni più automatica e involontaria: il contagio emotivo.
Questo si sperimenta infatti sin dalla primissima infanzia: vi sarà capitato di vedere che il pianto di un neonato scatenava il pianto quasi immediato anche dei neonati vicini. Il contagio emotivo può avvenire anche tra adulti ma, a differenza dell’empatia che solitamente entra in campo durante un momento di ascolto attivo con l’altra persona, si verifica senza consapevolezza né distinzione che l’emozione percepita derivi da quella di un’altra persona: inoltre il focus dell’attenzione è su di noi e non sull’altro. Pensate ad esempio al meccanismo della folla: se poche persone percepiscono un segnale di pericolo e manifestano la loro paura urlando o scappando, entro pochissimo l’intera folla farà sue quelle emozioni e si ritroverà, pur senza aver visto il reale pericolo, a scappare e sperimentare la paura.
Cosa c’è alla base del contagio emotivo?
Hoffman nel 1987 scoprì che uno dei più importanti processi implicati nel contagio emotivo è l’imitazione motoria: quando osserviamo un’emozione in un’altra persona tendiamo in modo automatico a plasmare il nostro corpo in accordo con l’emozione altrui (la mimica facciale, ma anche la postura). Questo crea come effetto di ritorno l’attivazione emotiva interna che ci procura quella famosa sensazione di cui vi abbiamo parlato: il “sentire l’emozione dell’altro”.
Provate ad esempio a pensare quando qualcuno vi rivolge un sorriso: per prima cosa vi ritroverete anche voi a sorridere. Questa è l’attivazione corporea, successivamente vi accorgerete di provare delle piacevoli sensazioni interne di benessere date dall’aver sorriso e ricevuto un sorriso.
Le sensazioni ed emozioni possono talvolta venire amplificate dal contesto in cui ci si trova o condizionate dalla persona coinvolta nel sorriso, tuttavia il meccanismo di base che si è attivato è proprio quello del contagio emotivo.
Inoltre alcuni fattori possono influenzare la nostra ricettività: quando siamo sereni siamo tendenzialmente più aperti verso l’esterno, prestiamo più attenzione agli altri e quindi il contagio emotivo avviene più facilmente.
Quando può essere utile un supporto?
Se invece siamo molto focalizzati su noi stessi rischiamo di non riuscire a sintonizzarci sulle emozioni degli altri e quindi di bloccare il contagio emotivo.
Questo avviene anche quando subentrano delle condizioni cliniche che influiscono sul tono dell’umore e dell’emotività come la depressione o l’ansia.
Si possono infine verificare casi specifici in cui il contagio emotivo viene percepito come pericoloso per la persona, comportando l’innalzamento di barriere cognitive a scopo difensivo.
Queste difese possono essere momentanee e volontarie, come ad esempio quando si è emozionati e si evita di guardare l’altra persona che piange per cercare di contenere le proprie lacrime, o involontarie e perdurare nel tempo.
In questo caso il supporto di un professionista può essere utile per riscoprire la propria emotività interna e facilitare la relazione con l’altro.
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